Su Barcèllona, di Barcèllona. Ho vissuto. [Postumo, postumi]

(…)

“Sapevo che andavo a Barcellona un po’ per insegnare, un bel po’ per conoscere ma assai di più per capire. Sono state quindi settimane, in cui ho cercato molto, anche leggendo, visitando e riflettendo.

Son partita pensando che della Barcellona dei primati mi interessava capire come di fatti reagiva alla sua crisi. La crisi vera, quella di una città che aveva rotto tutti i primati e si era trasformata tutta negli anni ottanta e novanta e nel 2008 si era trovata schiacciata dalla bolla immobiliare…Una cosa vera, non presunta che ha colpito la produttività di Barcellona, la sua umanità, il suo presente, i suoi giovani.

Eppure oggi, Barcellona continua a reagire con due primati, nel 2014 capitale europea dell’innovazione e del volontariato insieme ed in questi tempi risulta la prima città al mondo che favorisce l’attività dei “workers”… Si, insomma di tutti quelli che la vivono per lavorarci, residenti e no. Così capisco che Barcellona di Catalunya, continua a salvarsi per la sua storia e la sua cultura, mai andata in crisi con la resistenza della sua gente.

Semplicemente accade questo nella Barcelona che “ti lascia vivere” e che ha mille città al suo interno, mille diversità, centinaia di tempi, una densità di comportamenti e storie quotidiane incredibili. È’ mediterranea ed europea Barcellona, come la nostra terra ed il nostro paese. Eppure sembra di vivere in un altro emisfero. Questo ho appreso, da ciò che ho già vissuto in questo laboratorio di presente per il futuro.

Allo IAAC, ho visto arrivare studenti da tutto il mondo disposti a pagare assai caro un master di alto livello, per riuscire a comprendere e fare l’innovazione sentendosi in una rete mondiale. Un patrimonio per apprendere, soldi non sprecati in vestiti lucidi e contenitori di scuole vuote. Ma contenuti e ricerca, oltre la forma. La sostanza. Il miglior insegnamento cercano questi studenti ed Il migliore davvero trovano. La scuola e’ orizzontale, conta ciò che sai per ciò che fai, in tutte le posizioni che occupi. Organizzazione, Studenti e docenti, fabbricatori ed innovatori. Tanto che puoi anche non essere architetto, per frequentare una scuola di architettura avanzata, basta voler investire in innovazione e conoscenza. È’ un diritto formarsi e frequentare la scuola su cui puoi investire per il tuo futuro, anche a costo di enormi sacrifici. Una scelta ed un diritto avere l’opportunità, tanto quanto quella di frequentare scuole pubbliche. Un segnale di vera democrazia, senza altre discussioni obsolete.

Ho visitato pezzi di città, l’identità e’ un motivo di difesa della propria storia. Nonostante Barcellona viva della sua “marca” la gente continua a ricordare che ha dovuto guadagnarsi ogni pezzo di vita, riscattandosi dal franchismo. Un’energia che si percepisce nei modi con cui si gestiscono i servizi collettivi, gli spazi della città di tutti e l’attenzione per la cultura…ed anche nei modi con cui si fanno le tortillaS, certo. I modi con cui cmque i barcellonesi difendono i loro quartieri. Eppure qui le trasformazioni urbane sono tutte vere e propongono la qualità degli interventi, grandi e piccoli, importanti e meno che alla fine restituiscono qualità di vita.

Ho avuto modo di discutere con un attivista di podemos, mi spiegava come l’associazionismo e i movimenti a Barcellona non abbiamo mai rincorso le istituzioni, ma sia stato il contrario, dopo che sul territorio la politica delle politiche civili, culturali e sociali sosteneva comportamenti, trasformava territori e così quindi difendeva diritti. Poche chiacchiere, molti fatti. Un potere dei risultati grazie al contributo dei giovani e della generazione media. Le istituzioni non possono che rendersi conto del beneficio che questo porta e ne supportano le attività, solo facendo le istituzioni, rendendo la città’ “servita”.

Insomma nessuno rincorre nessuno, per annetterlo, ma tutti spingono.

Nessuno rivendica fuori, tutti lavorano dentro le proprie cose.

Ho ascoltato, mi sembrava di conoscere esattamente l’opposto di ciò che accade da noi.

Ho partecipato ad una manifestazione contro il femminicidio, era presenti più giovani che adulti, tanti ragazzi (uomini) quante ragazze. Chiedevano di non praticare la semplificazione delle pene per i colpevoli, non parlavano ancora del come accadevano le tragedie.

La difesa dei diritti di più attraverso la cultura, lavoro e socialità. Tutto coesione, la parola integrazione è preistorica, per residenti, temporanei, extracomunitari, donne e bambini. E tutte le strade e le piazze hanno sempre i parchi giochi per loro…senza chiedersi dove, come. Si praticano i perché.

Poi la città, ha tutto quello che serve per vivere bene nella collettività e quello che serve per scegliere il proprio livello di qualità della vita. Per i beni primari provvede la città.

Certo Barcellona conosce anche la povertà, vi sono programmi e spazi e livelli istituzionali che cercano di rispondere quotidianamente.

Mi pare che la gente comprenda che il turismo è’ la ricchezza della città, ma con ciò non ne costituisce un modello feticista da assorbire e basta, vi sono forme di attività, lavoro e di coesione capaci di prendere l’utile dalla super economia della “gentrification”. Ma le bandiere della Catalunya sulla barceloneta degli edifici e dei servizi turisti, segnano la posizione, quella della resistenza alla cieca globalizzazione cattiva.

Barcelona, ha impiegato 30 anni e passa per arrivare a gestire la sua area metropolitana, il tempo che ci è’ voluto per organizzare i servizi comuni, l’economia, il piano strategico con i suoi 36 comuni e oltre tre milioni di abitanti. L’istituzione dell’AMB di Barcellona, ha declinato ogni forma di governo istituzionale alla costruzione partecipata della direzione da prendere, attraverso le politiche territoriali, economiche e culturali. Come dire che per stare insieme, dobbiamo capire chi siamo e come, nonostante Barcelona citta’ capitale europea…Il successo della sua esistenza e vita passa da tutti coloro che vi partecipano ogni giorno.

Insomma il segreto di Barcellona, è l’operosità della sue gente, nella responsabilità ognuno del proprio ruolo e nella consapevolezza del proprio stato e delle possibilità. I giovani sanno che per diventare adulti devono lavorare e studiare, la generazione di mezzo produce e fa funzionare le cose…mi pare abbia poco voglia di perdere tempo in altro….non cerca scuse per non farlo.

Così A Barcellona, nessuno rincorre, tutti spingono. Così hanno creduto che fosse utile per uscire dalla crisi economica. In crisi culturale non ci sono mai stati. Forse è’ questo il vero punto di ogni rinascita e ripartenza”.

 

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(Testo e foto CN, Barcelona, 18.02.2015~ recuperato dagli appunti del mio IPad, 4.08.2015)

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