“Capacitarsi” con il futuro. Per quelle parole usate e mai narrate.

Se si dovesse leggere la crisi vera, fuori dagli aggettivi che la rendono globale, irreversibile, sistemica, endemica, strutturale…etc etc, si tornerebbe alla semplicità della sua narrazione, per riuscire a superarla.

La crisi più vera che ha prodotto il nostro tempo è’ stata l’arroganza di usare tutti, in qualsiasi luogo, parole riferite a cambiamenti di cui non si e’ stati personalmente mai capaci per conto proprio e per cui invece si ambisce ad essere motore di sfide collettive.

C’è un pensiero lungo anche sulle piccole cose, che non passa mai nelle discussioni e nelle rivendicazioni di grandi diritti, riforme, riprese, etc e che e’ un deficit culturale nel nostro paese e di più al Sud, nella nostra regione assai e nella nostra città pure.
Si tratta di un’assenza non giustificabile nei luoghi della politica, partiti ed istituzioni ed affini, ma anche di un’assenza ingiustificata nei luoghi dei movimenti, delle associazioni, delle reti, etc..
Un modo assai anaffettivo che dimentica che costruire il presente serve solo se passa attraverso l’unico sguardo per rendere il futuro un po’ meno egoista, un po’ meno invidioso ed ignorante di quello che rischiamo di vivere. Eppure i luoghi della bellezza ci sono ed occorre rintracciarli in fretta. Ancora si vivono troppi  spazi ed avvenimenti dove diviene più lungo il tempo che si dedica alla propria difesa e costruzione, che a quella della missione e del futuro necessario.Dove invece, la rete serve a scambiare le esperienze e le differenze, il futuro è la consapevolezza di una realtà che va nutrita giorno per giorno. Questa rete dello scambio e dell’agire in questo tempo di crisi è la migliore risorsa rinnovabile. Ma la ragione di questo futuro, passa da noi per coloro che verranno, è il tempo di adesso per domani.

Nei paesi europei che ho visitato, alcune delle città che più sapientemente hanno superato la crisi “qualsiasi” che vivevano, vantano solo dei percorsi di “capacitazione”, quelli attraverso cui la perseveranza delle competenze, della generosità, delle idee e dei progetti e delle narrazioni critiche degli stessi e’ riuscita a costruire una nuova economia dello scambio e della conoscenza tra le persone. E per farlo non occorreva essere necessariamente ne’ in rete, ne’ in tanti. Ma essere, per esempio, se stessi ed un po’ responsabili. Il resto era già azione, subito dopo. Le associazioni così sono diventate il motore delle città migliori e piu felici, perchè si sono interessate di costruire il tessuto civile, con chi ha la responsabilità culturale di farlo. Niente più, tanto meglio.
Nessuno ha immaginato che per riscattarsi dovesse copiare metodi e strategie fallimentari, nessuno ha mai pensato che occorre acquisire il “poter potere”  per mostrare ciò che non era o per vantare successi. E chi non è’ istituzione, non insegue, ne’ la copia, ma certo educa la cittadinanza a saper scegliere.
Semplicemente ognuno ha fatto il meglio che poteva, sapendo che lo doveva dimostrare, prima che raccontare.
È così le parole sono tornate al loro posto, le competenze pure, le ragioni hanno trovato il conforto delle dimostrazioni e le generazioni a cui affidare il futuro, come quella dei giovani non ha mai creduto di vivere in luoghi senza speranza ed alternative possibili.

Con troppa facilità, si esercita l’egoismo delle parole che valgono il tempo del fiato che le produce, per troppa semplicità si è’ capaci di dire tutto e rinnegarlo, assumendolo come la libertà…di essere se stessi ed avere storie personali da rivendicare…

Occorre che il futuro, si riprenda la sua utopia di parole dense, durature e di significato, capaci di narrare idee che sono diventate progetti e persone.

Occorre muoversi “oltre se stessi”, nella verità di ciò per cui ci si può impegnare e si è’ capaci. Occorre mai imbrogliare sulle parole capaci di fatti.
Che “tanti se stessi” non hanno mai costruito ne’ il mondo, ne’ le città…che un asino può sentirsi cavallo fintanto in cui non arriva il tempo che raglia.
E che abbiamo bisogno di tanti cavalli che vincano le corse, di tante persone che dicano la verità.

Di un paese “narrato”, di una regione “narrataimage” e di una città “narrata”.

Attenzione. Per “capacitarsi” non fanno “testo” le opinioni, i giudizi, i racconti, i sussulti su facebook o Twitter. Non bastano abbracci senza sentimenti, intelligenze senza operosità e/o pensiero. È’ la sfida non virtuale e collettiva.

Dimenticavo, il tempo scorre, la storia personale e collettiva ci precede e nessuno è immortale.

 

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