A Santa Venere (di Trunca) prima di tutto!

Foto di Montanaro, 1932

Foto di Montanaro, 1932

Erano gli anni ’90 ed accompagnavo a Santa Venere di Trunca, da capo scout, generazioni di ragazze e ragazzi per farci le giornate di attività, pernottamenti e campi invernali. C’erano allora una comunità di suore ed un prete Don Matteo P. che mia madre mi diceva essere lontano parente di mia nonna. Lo accertai personalmente, era così.

Conosco quella strada taglia costone, nelle sue curve, curva per curva e nella sua pendenza mozzafiato, da fare a piedi era una sfida assai grande, ma ti faceva capire che significa stare all’opposto del delta della fiumara Valanidi, mentre guardando verso giù a mare intravedi S.Gregorio, con quelle case aggrappate alla strada comunale, quella che e’ così da sempre, bella e pericolosa da anni ed anni. Ma io con quelle ragazze da Armo a S.Venere, risalendo la vallata del valanidi, non sentivamo la stanchezza…mostravo loro il paesaggio, cercavo le terre di bergamotto da un lato e la contrada Catriga, perché di Saverio Strati avevo letto alcune pagine in “il selvaggio di Santa Venere”. Ricordo che d’inverno in quei saloni della casa parrocchiale faceva un freddo cane, non vi erano i riscaldamenti e con le suore accendevamo come si faceva per strada i bracieri, dentro. Facevamo quello che da sempre si è’ fatto da quelle parti, carbone da legna, pur di stare con i ragazzi e le ragazze anche del posto a fare animazione. Anche quei ragazzi che faticavano a raggiungere le scuole più vicine per quella strada e senza servizi, stavano con noi davanti a quel fumo. Poi uscivamo al mattino, perché la luce arrivava presto ed alta. Ma quei boschi dietro la casa erano bellissimi, forse erano sottoboschi, erano cupi e forti, ma erano in pianura, si riposavano dopo il costone. Era difficile fare campo li’, per andare a fare acquisti dovevi percorrere quella maledetta strada e se veniva giù freddo e nevischio, rischiavi la vita in quei curvoni. La prima volta che feci quella strada in macchina la feci con Don Matteo, già anziano, gli dissi: “certo, ci vuole coraggio a fare sta strada giornalmente in auto…” Lui, “eh si, io ormai quando ho paura “chiuru l’occhi!(Serro gli occhi!)”. Tornai a raccontarlo a quelle suore ed al mio gruppo e ci facemmo qualche risata davanti al fumo del braciere ed io pensai, semplicemente, “meglio a piedi, almeno ti godi il paesaggio e stai attento dove metti gli scarponi!”

La gente vive su quella strada e da quella strada per esempio ho visto scorrere il sangue dell’uccisione del maiale, che misurando la pendenza, scorreva quindi veloce. Ricordo del racconto di quei giorni sulla tradizione delle donne che per commemorare i defunti uscivano su quelle strade con il pane da loro infornato (cfr foto donne).

Mi capito’ di tornarci dieci anni dopo invitata da amici a S.Venere e la strada non era cambiata, ricordavo sempre le parole di Don Matteo e quei meravigliosi freddi, direi ghiacciati pomeriggi in quella casa. Poi passo’ qualche anno e seppi che in uno di quei curvoni pericolosi e non protetti, da quelle parti, aveva perso la vita una delle suore della comunità che assistevano la parrocchia; non la conoscevo, ma avevo percorso quella strada e mi sembrò di conoscere lei.

La strada e’ sempre uguale e sempre peggio, la gente, quella gente sempre li ad attendere una strada. Essere frazione di una periferia, forse e’ essere due volte periferia, ma e’ anche il prezzo che pagano molti paesi pedemontani che hanno però i boschi belli e non sempre strade sicure che arrivano dal mare e corrono lungo le fiumare. Sono passati più di vent’anni dagli anni novanta e tante attese di quella gente.

E’ sempre quella maledetta strada sicura che e’ mancata a Santa Venere ed alla gente, semplicemente una strada, direi un modo per sentirsi città  “prima di tutto!” Non altro.

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