>>> ReActionCity # “tra il formale e l’informale”, il progetto che rigenera la città e costruisce le capacità e la partecipazione

Il tema di reActionCity per la proposta di progetto ed esperienza della città-laboratorio di Reggio Calabria, l’abbiamo gia presentato in : www.reactioncity.com e l’articolo

Esprimi un desiderio: “ReActionCity a Reggio Calabria!” sul blog >http://ergosudblog.com/?p=796

Le azioni che proponiamo per una “città differente da reinventare” tra innovazione sociale urbana e sostenibilità come utilità sociale, propone di affrontare il tema della “rigenerazione urbana” e della costruzione “di una nuova sfera pubblica”, attraverso le azioni che costruiscono capacità (urban e social makers) e la partecipazione dei cittadini quali fruitori degli spazi sensibili eletti per l’agenda urbana.

Esperienze Europee ed oltre illustrano come il tema del “city making” sia sempre più da affrontare nei processi di politica inclusiva della forma urbana tra pratiche “formali” della pianificazione, programmazione e progettazione della città e tra pratiche “informali” che producono “azioni brevi per cambiamenti lunghi”.

Con ReActionCity metteremo in campo “le azioni dell’informale” per stimolare la costruzione di un’agenda urbana che rimetta in discussione “le azioni formali”.

Il mapping luoghi/temi d’innovazione/azioni/urban e social makers lo costruiremo insieme nel primo incontro di linking ad Hop il 08.07.2014 (cfr evento su facebook: https://www.facebook.com/events/1443123785954930/)

Sul tema un mio testo (inglese/italiano) selezionato per il libro di prossima in lingua inglese a cura di S.Marini “Utopia Futura”.

  >> Formal and inHand pointing to business iconsformal: thus the laboratory-city recycles and repairs its community’s spaces and identities. (Consuelo Nava) / trad it.

  >> “Formale ed informale: così la città-laboratorio ricicla e ripara gli spazi e le identità delle sue comunità. (Consuelo Nava)”

Nel ragionare e scrivere su “Futura”, la città che aspettiamo, apro con un contro paradigma e il rinvio a due esperienze che assumo come tesi.
Per iniziare, il contro paradigma racconta della “città-laboratorio” e delle sue necessità. Questa città-laboratorio che scambiandosi flussi di informazioni e comportamenti, resistendo al cambiamento ed opponendosi alla dimensione dell’effetto “rovine”, come spazio vuoto che un tempo ha accolto modalità dell’abitare e vite [ G.Simmel, Le rovine, in ID, Saggi di cultura filosofica, Longanesi, Milano 1985, p.112], consente che i suoi deserti siano riabitati grazie all’azione di “dispositivi” che trasferiscono la conoscenza. Quel cantiere in cui la città stessa tra “decostruzione e ricostruzione si pone il problema del senso” [E.Rullani, La fabbrica dell’immateriale, Carocci, Roma, 2004], un senso i cui termini di “valore” e “tempo” sono le condizioni e le derive stesse del termine “recycle” nella sua opposizione tra ecologico/economico [C.Nava, Total Recyle Design/Total Recycle Process in S.Marini, S.C.Roselli (a cura), Re-cycle Op-positions I, Quaderni Re-Cycle Italy 05, Roma, 2014, p.136].
La città-laboratorio, quindi, nel processo di assorbimento della sua doppia anima tra pratiche del formale e pratiche dell’informale si chiede “se e come l’architettura potrà costruire o riciclare le città del futuro”, quegli spazi complessi in cui andrà ad abitare 80% della popolazione mondiale, dovendolo fare, consumando meno suolo possibile, sopperendo alla crisi di disponibilità alimentare, attuando quelle tattiche di sostenibilità ambientale capaci di innescare processi di rigenerazione anche attraverso “azioni brevi, per lunghi cambiamenti”.
La città-laboratorio della città “futura”, si riappropria delle sue relazioni, come rete dei luoghi in cui azione e progetto si ritrovano nella dimensione spaziale e umana , tanto che per ogni tipo di sua segregazione rischia il pericolo dell’emarginazione, così come per ogni tipo di rigenerazione può attivare una nuova coesione.
La città-laboratorio prima ancora di essere “smart” è “reactive” e “proactive”; reagisce all’impatto del cambiamento delle sue strutture sociali, economiche, produttive in genere riscoprendo i valori dell’abitare nella condivisione delle pratiche di riparazione informale e contemporaneamente nelle strategie urbane di contemporaneità, risolvendo ogni tipo di conflitto umano, storico, sociale, politico ed economico, conoscendoli ed integrandoli negli spazi sociali, nei territori ma anche nelle culture materiali delle città, rinunciando alle rivoluzioni per scegliere le risoluzioni.
La città-laboratorio quindi, per la città “futura”, dovrà reinterpretare quella nuova alleanza tra contemporaneità, comunicazione, estetica ed ambiente, capace di superare la sconnessione della “città per progetti” e invece riconnettere tessuti e cittadini attraverso le reti delle informazioni, dei flussi energetici e materiali, dei nuovi statuti di comportamento, attraverso la sua attitudine a riciclare architetture e contesti, forse chiedendo anche alla popolazione di riciclarsi.

Quindi, proseguo con due esperienze che raccontano come questa traiettoria futura, in cui si riparano e si riciclano gli spazi, coinvolga nella trasfigurazione anche le identità delle comunità.
La mostra-racconto dell’esperienza di assorbimento della modernità a Lima, nel padiglione del Perù alla 14ma Biennale di Venezia, in cui il tema dell’architettura residenziale collettiva, che assai si presta al ragionamento sui conflitti delle parti sociali e produttive per la realizzazione dei progetti, propone due modalità di sviluppo che si sono condotte nel 1946, ai tempi della crisi dell’alloggio. L’esperienza dell’Unidad Vecinal 3, una moderna progettazione di edifici residenziali alla scala di quartiere e contemporaneamente il modello invasione, con l’occupazione della collina di San Cosme. Entrambi i fenomeni di trasformazione hanno garantito che la modernità peruviana ponesse le condizioni ed i conseguenti quesiti per gli scenari del suo sviluppo urbano nel secolo successivo ed anche della condizione umana appartenente ai due modelli del formale e dell’informale, per come l’unidad accoglieva i residenti e nella invasion si rifugiavano i migranti. [Fundamentals, Catalogo della 14.Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, sezione absorbing modernity 1914-2014, Marsilio ed, p.124].
Quindi forse, nella città-laboratorio, in cui la pratica del riciclo urbano ed architettonico trasferisce contemporaneamente conoscenza, materiali, flussi e nuovi cicli di vita, le due dimensioni (formale ed informale) potranno vedersi assorbite dalla natura stessa “ibrida” della pratica del riciclo, proiettando spazi e comunità nella città “futura”, rinvenendo e risignificando questa doppia identità.

Il foto-racconto del progetto visivo e comunicativo di Caleb Cole, dal titolo ”Other People’s Clothes” – Nei panni di un altro, che attraverso una serie di autoscatti “ricicla le identità”, perche si traveste con abiti recuperati ai mercatini, con attrezzature che compra usate e cerca spazi adeguati alle sue nuove vite, li abita e ne fa un set fotografico per la sua performance. L’autore ed attore riciclando le identità dichiara “”Anche se sono il soggetto fisico delle immagini non sono autoritratti tradizionali. Sono ritratti di persone che non ho mai incontrato ma che sento familiari. Da piccolo mia madre mi portava spesso nei mercatini perché mi divertivo molto a osservare gli oggetti e immaginare per ore a chi fossero appartenuti e che vite avessero. Other People’s Clothes nasce da lontano”. Così Caleb Cole veste i panni di un chirurgo, di un’anziana casalinga, di un uomo fermo in un parcheggio, di un giovane che legge fumetti, di un commerciante, di un ricco tenutiere, etc. Insomma tutte identità che restituiscono la loro dimensione umana, estetica ed espressiva grazie allo scenario materiale in cui il protagonista si trova, partendo dagli abiti che lo stesso indossa. Tutto questo basta per fargli interpretare una vita altra, riciclandola da altre identità della sua memoria. [Fonte sito web Caleb Cole].
Il progetto artistico è interessante e racconta una dimensione contemporanea dell’urbanesimo umano. La perdita di identità è stato uno degli effetti connesso alla perdita dei propri luoghi e delle dimensioni dell’abitare riferito a quei luoghi e a quella storia. Nella città-laboratorio, anche la pratica del riciclo urbano svolge un ruolo comunicativo ed educativo rispetto alla memoria della vita degli spazi e della materia, dovendone riconnotare il senso e la funzione stessa, ne ricorda i caratteri e le sostanze della prima vita, prima di attivare processi di innovazione sulla seconda. E’ così che le pratiche del formale e dell’informale coinvolgono attori e cittadini in processi di memoria e creatività collettiva, in continui rinvii al mettersi “nei panni dell’altro” ed immaginarsi una città futura in cui l’identità di ognuno si muove tra il conflitto di resistere al cambiamento e l’adattività a lasciarsi cambiare, tra i propri bisogni privati e le esigenze della dimensione di un ricercato abitare umano e collettivo, da post-produzione urbana e materiale.

(c.nava, trad.italiana da testo inglese, luglio 2014)

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