I dati di quantità che sono qualità, demografia e consumo di suolo

(foto cn, stradaEterrazzi, verso golfo di Vibo, ott.2013)

(foto cn, stradaEterrazzi, verso golfo di Vibo, ott.2013)

 

 

 

Il problema del consumo di suolo, di cui finalmente si affaccia consapevolezza

– dopo anni di proteste civili e denunce intellettuali –

è diventato indicatore sintetico dell’insieme

dei fenomeni scatenati dal processo di urbanizzazione:

del disordine distributivo,

della colonizzazione della campagna,

della distruzione dei paesaggi,

della sovrapproduzione edilizia. (Bonora, 2012)

 

 Alcuni dati in Calabria si leggono velocemente, altri si utilizzano in maniera partigiana, su alcuni si sorvola. Ma se si dovesse andare veramente a fondo alle questioni, per darsi un allarme significativo, occorrerebbe rileggere l’ultimo censimento Istat 2011, che ci ha consegnato una Calabria, in recesso demografico (meno 2,6%), che invecchia, facendo aumentare gli ultracentenari, che perde le sue risorse giovanili e di migliore attività produttiva e che riesce solo a triplicare il dato della popolazione straniera insediata (+ 265%), 7 stranieri su 10 si trovano la provincia di Reggio Calabria e Cosenza.

La perdita della fascia di età dai 21 anni ai 35 per il flusso migratorio verso studi e lavoro qualificato, così come la resistenza nel territorio calabrese della gioventù NET, che non cerca né lavoro né formazione fuori dall’obbligo, insieme al livello di descolarizzazione aumentato negli ultimi anni, non è certo un segnale di speranza per il futuro.

Una Regione che deve programmare il suo rilancio economico e culturale e che sa che ha meno di 2 milioni di abitanti, dovrebbe capire pure che questo scenario, anche per il più soft degli economisti , significa perdita di capitale economico potenziale su recessione di capitale umano.

 

Aumenta invece il consumo di suolo, che negli ultimi 10 anni ha occupato oltre il 20% della superficie permeabile, ha restituito 4 vani ad abitante, ha invaso anche il territorio protetto, ha abbandonato la campagna ed ha fatto esplodere l’urbanizzazione nella fascia costiera e stradale (lungo le statali), restituendo un paesaggio periferico anche a valle dei centri storici (molti spopolati), patrimonio culturale delle provincie e delle città calabresi. Fenomeni che si sono arrestati solo negli ultimi due anni, per la crisi economica e lo stop dell’edilizia e degli investimenti più speculativi nel settore delle costruzioni e delle grandi infrastrutture. Ma il territorio calabrese è in deficit di opere di manutenzione del paesaggio, di salvaguardia e protezione dell’ambiente e dei suoi beni, di cura delle sue città dalle misure di igiene ambientale e ai servizi, lontano da ogni standard di qualità della vita, non abituato alla cogestione dei beni comuni sociali e fruttiferi. Il patrimonio da recuperare e su cui intervenire, da riconvertire e restituire alle sue comunità per renderle proattive, necessita di un corretto equilibrio e ripopolamento in tutti i centri, nelle aree metropolitane, nelle città, nei centri agro-urbani.

 

Le città necessitano di avere attivate delle “vere e proprie cure di bellezza”, gli abitanti di un’educazione alla bellezza, non solo come prodotto della generosità della natura e della geografia felice, ma anche come ritorno alla coscienza e sapienza dell’uomo e delle comunità che appartengono e trasformano quei luoghi.

 

Dal punto di vista storico e culturale, il territorio calabrese, ha sempre fondato la sua buona resistenza alle trasformazioni impattanti e irreversibili, quando ha conservato il giusto rapporto tra addetti alla cura del paesaggio e superfici interessate, tra produttori e prodotti, tra processi di evoluzione dei sistemi di conoscenza e strumenti per attuarla, tra dimensione della proprietà e luogo dell’insediarsi ed abitare. Basta pensare al fenomeno della coltivazione delle terre in epoca contadina e quanto il fenomeno fosse capace di mantenere stabili le strutture dell’ambiente, le unità di certi paesaggi e le economie familiari, i diritti di proprietà e la capacità produttiva. Tutto ciò che si è perso con la vecchia e nuova colonizzazione, con l’abbadono delle terre, le migrazioni e la speculazione successiva. Una perdita di economia ed una perdita di paesaggi, connesse all’impoverimento della popolazione residente.

Dal punto di vista strategico, tutte le azioni che possono essere messe in campo per il rilancio economico e fisico del territorio calabrese nel Mezzogiorno non possono non tenere conto della necessità di riequilibrare questo rapporto tra superficie territoriale (infrastrutture e paesaggio) disponibile e densità abitativa, tra popolazione e mantenimento della stabilità del proprio territorio nelle tre dimensioni della sostenibilità: ambientale, sociale ed economica.

Dal punto di vista politico, occorrerebbe chiedersi quale tipo di governo nazionale e che tipo di modalità di peso del consenso può avere una regione davanti a qualsiasi Stato, quando rappresenta elettoralmente poco più di un milione di abitanti e la cui proiezione demografica non avverte crescita.

Dal punto di vista della governance amministrativa, quali dimensioni territoriali estese e fuori misura possano essere rette da una dimensione demografica non sufficiente a produrre anche localmente economie di sussistenza e scambio e quindi di corrispettivo mantenimento dei servizi pubblici locali, in un momento in cui il principio di sussidiarietà territoriale viene messo in crisi dalla crisi stessa della pubblica amministrazione e dalla debolezza degli investimenti a scala territoriale.

 

Allora occorre porsi delle domande e progettare il futuro, dal presente, fornendo risposte capaci di porre strategie ma ancora di più visioni per la Calabria che serve. Alcune proviamo a porle e sottoporle alla discussione che vorrà affrontare l’IMES.

 

  • Per “chi” programmare e progettare la Calabria 2020 ?

 

  • Chi ne dovrà supportare le azioni, le strategie, il cambiamento di tendenza e l’inversione di marcia verso una regione capace di uscire da una crisi sociale, economica oltre ogni tinta globalizzante per poi opporre naturalmente una qualsiasi resistenza ad una condizione di illegalità diffusa e pervasiva che distrae la maggior parte delle sue risorse, che corrompe ogni livello di struttura sociale e che impaurisce ogni forma di imprenditorialità umana e produttiva?

 

  • Chi potrà progettare, governare e curare i paesaggi, le città ed i beni del territorio calabrese?

 

  • Quali processi di microeconomia, e di servizi produttivi locali possono essere rimessi in campo per le future generazioni, perché le stesse possano non ripetere gli errori delle precedenti, duplicare le esperienze virtuose e proiettare la Calabria in un mezzogiorno capace di avere proprie visioni ? Quali strumenti per sconfiggere il PIL positivo delle economie di mafia?

 

  • Quali comunità abiteranno i nostri centri?

 

  • Quali culture avremo la necessità di accogliere e rendere riconoscibili all’interno di un’innovazione dei processi urbani e sociali capaci di essere garanzia di cittadinanza per tutti ? Quale nuovo umanesimo si dovrà produrre nei nostri luoghi?

 

  • Quali diritti alla diversità in una Calabria non più uguale a quella di adesso?

 

(C.Nava, tratto dall’intervento per inaugurazione IMES, CZ, 28 nov.2013 La demografia utile dei giovani e dei nuovi cittadini (immigrati/extraacomunitari) per la coesione sociale e la sostenibilità delle città-territorio della Calabria 2020)

 

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